Orticoltura Biologica
- Organizzazione della sperimentazione. In Italia la sperimentazione in orticoltura biologica spesso si è mossa in maniera disomogenea. In alcune realtà esiste una organizzazione della domanda di sperimentazione che partendo dalle esigenze espresse dalla produzione arriva alle aziende o alle strutture universitarie e di ricerca collegate, in altre spesso lo sperimentatore si fa interprete dei bisogni delle aziende correndo, spesso, il rischio di auto referenziarsi.
- Tipologie di sperimentazione. Molta attività è stata svolta senza cercare o creare collegamenti con altre realtà adottando protocolli di lavoro personalizzati. La maggior parte dell’attività è stata di tipo “Specifica o monotematica” rivolta ai confronti varietali e alle prove di difesa con alcune interessanti esperienze sulla gestione dei sovesci, della concimazione e sul controllo delle malerbe. Solo in tre realtà sono state avviate sperimentazioni di sistema che non hanno comunque avuto raccordi se non per iniziativa personale dei tecnici che le gestiscono. E’ emersa la consapevolezza che molta attività svolta non ha ancora risolto i problemi legati alla corretta gestione della fertilizzazione, al controllo dei parassiti, al controllo delle malerbe e all’individuazione di varietà poi reperibili come semente biologica.
- Assistenza tecnica e trasferimento dei risultati. E’ stato evidenziato come l’assistenza tecnica sia in progressiva diminuzione a causa di un ridotto numero di tecnici e come risulti sempre più difficile raggiungere il target di utenti. C’è grande preoccupazione sul fatto che l’azienda biologica orticola per crescere debba avere un contatto frequente con i tecnici sul campo e che le attuali modalità di divulgazione (Convegni, articoli e pagine web) non sempre siano sufficienti. Ci troviamo di fronte a situazioni molto complesse con decine di possibili coltivazioni, decine di possibili rotazioni o successioni, con centinaia di varietà e problemi che necessitano di risposte immediate tenuto conto dei cicli colturali brevi e dei rischi connessi ad un ritardato intervento di difesa o di lotta alle malerbe.
- Sperimentazione solo su argomenti tecnici od anche di carattere organizzativo? Nel settore orticolo esistono oggi aziende più o meno specializzate che conferiscono direttamente alla GDO, a cooperative o a commercianti privati, ma stanno crescendo anche aziende che attuano la vendita diretta per appropriarsi di una parte del valore aggiunto e quindi ottenere redditi per poter rimanere vitali. La commercializzazione diretta o tramite GAS (Gruppi di acquisto solidale) impone un ripensamento dell’azienda sia dal punto di vista organizzativo che tecnico. In particolare si rende necessario coltivare molte specie per le quali a volte mancano le opportune conoscenze, deve essere rivista la programmazione, i calendari colturali, le successioni, la gestione della fertilità e dei sovesci. Mancano studi che valutino i costi di tale organizzazione e la convenienza a modificare l’assetto produttivo. Si rimarca l’esigenza di differenziare la sperimentazione a seconda della tipologia di azienda a cui si fa riferimento; in particolare le prove sperimentali impostate per dare risposte ad aziende che coltivano 4-5 specie e conferiscono alla GDO, dovranno essere diverse da quelle prove che intendono migliorare la capacità gestionale di una piccola azienda che avendo la commercializzazione diretta o essendo fornitrice di GAS, per ampliare la gamma di ortaggi, dovrà operare delle diversificazioni molto più accentuate.
- Ruolo delle aziende sperimentali. La carenza di tecnici che possano svolgere azione di trasferimento dei risultati fa si che l’attività delle aziende sperimentali in massima parte indirizzata agli agricoltori sia sempre meno visibile e percepita dagli stessi. L’esigenza di ridurre i costi impone una generale riorganizzazione delle aziende sia sul versante delle attività da svolgere che delle relazioni esterne.
PROPOSTE OPERATIVE
- Migliorare il livello di interscambio. Occorre uno sforzo per creare una rete fra le aziende che oggi attuano sperimentazione e le strutture di ricerca (Università, CRA, CNR, ENEA ecc.) per massimizzare i risultati. Le aziende devono essere aperte e a disposizione di chi fa ricerca, e allo stesso tempo il mondo della ricerca non deve replicare quanto fanno le aziende sperimentali ed essere vicina ai bisogni delle aziende produttive. Per raccogliere le esigenze di ricerca e sperimentazione nelle regioni che presentano maggiori difficoltà di rapporti con le aziende produttrici, si potrebbe prevedere l’invio di un questionario appositamente strutturato.
- Accrescere il numero di sistemi aziendali. E’ stato ribadito da più parti come l’orticoltura biologica si avvantaggi di studi interdisciplinari su sistemi produttivi dove ogni fattore viene visto in relazione positiva o negativa con tutti gli altri. Occorre mantenere le sperimentazioni di lungo periodo esistenti e possibilmente impostarne nuove. Occorre, inoltre, che tali sperimentazioni non siano isolate ma rappresentino il fulcro attorno al quale si muovono sperimentazioni puntiformi che vengono attivate per dare risposte ad esigenze emerse all’interno del sistema e che devono riportare al sistema le soluzioni attese. In orticoltura molte prove di carattere puntiforme perdono parte del loro valore se fini a se stesse perchè finiscono con l’ottenere un risultato valido in quel momento per quella particolare situazione.
Devono essere sviluppate sperimentazioni ‘on farm’ nelle aziende biologiche private, con il duplice obiettivo di portare le innovazioni a diretta conoscenza dell’agricoltore, anche con il semplice ‘passaparola’ - soprattutto laddove le aziende vengono considerate punto di riferimento per una determinata zona - e secondariamente avere la possibilità come sperimentatori di entrare nel vivo di una serie di problematiche, dalla certificazione allo sbocco di mercato, che in un’azienda sperimentale regionale spesso non emergono. - Ricerche monotematiche. Le ricerche monotematiche devono poter affrontare in modo approfondito un unico aspetto secondo schemi sperimentali classici. Le priorità di ricerca sono riconducibili ai temi seguenti:
- Selezione di ecotipi e valutazione varietale. In Italia il miglioramento genetico è poco sviluppato e spesso le varietà più diffuse sono varietà adattate alla coltivazione in più parti del mondo e quindi poco caratterizzate e poco legate al territorio. Tenuto conto della vendita diretta e del consumo a km zero e della conseguente modifica degli standard commerciali si potrebbero riprendere varietà che in passato avevano manifestato limiti di tenuta ma che erano caratterizzate da buona qualità organolettica. Questo lavoro andrebbe sviluppato con ditte sementiere locali o attraverso gli “Agricoltori custodi”. Per quanto riguarda i confronti varietali su materiale commerciale, sarebbe sufficiente testare presso aziende biologiche i materiali risultati più interessanti nell’ambito di prove gestite con metodi integrati o convenzionali. La scelta varietale dovrebbe portare alla stesura di una lista delle varietà consigliate che potrebbe rappresentare un supporto informativo sia per gli agricoltori che per le stesse ditte sementiere che abbiano interesse a moltiplicare seme biologico. Si può ipotizzare anche un intervento di formazione dell’agricoltore ed eventualmente dei tecnici alla auto-produzione della semente per determinate specie orticole, nonché alla selezione partecipativa.
- Fertilizzazione. Si è discusso sulla problematica dei biostimolanti organici e si è convenuto che non sono necessari studi su questo aspetto in quanto la buona fertilità del terreno sopperisce da sola alla esigenza delle colture. Meritano approfondimento invece lo studio dei sovesci con particolare riferimento alla determinazione dei tempi di rilascio dell’azoto e allo studio delle essenze consigliate in funzione delle diverse condizioni pedoclimatiche. Interessante anche capire come impostare strategie in grado di mettere a disposizione della pianta l’azoto quando ne ha bisogno, utilizzando concimi organici.
- Controllo delle malerbe. Aldilà della messa a punto di speciali attrezzature per il controllo meccanico, occorre approfondire studi di medio o lungo periodo sulla evoluzione delle malerbe e sulle opportunità di controllo con metodi agronomici quali le rotazioni ampie o con metodi biologici come, ad esempio, il ricorso a piante con effetti allelopatici. Sono necessari maggiori dati su come ridurre le banche del seme e sulla gestione delle malerbe a fine raccolta e non solo durante il ciclo colturale. Necessità specifiche rimangono per le orticole con sesti d’impianto fitti.
- Difesa da patogeni e parassiti. Poichè il campo dei prodotti biologici per la difesa attiva è piuttosto ristretto, occorre dare priorità alla definizione di strategie per ristabilire degli equilibri che nel tempo si sono alterati o per ridurre le cariche di inoculo nell’ambiente. Per i patogeni occorre ricercare varietà che abbiano doti di resistenza o quantomeno di rusticità, mentre per i parassiti occorre attendere l’arrivo degli ausiliari o incrementarne la presenza attraverso l’impiego di bordure, di siepi o semplicemente di incolti.
- Va, infine, rimarcato l’interesse ad approfondire l’orticoltura biodinamica che rispetta molte regole comuni con quella biologica ma presenta differenze a volte non ben conosciute.
- Valutazioni d’impatto ambientale. Devono essere definite griglie di parametri in grado di esprimere una valutazione dell’impatto ambientale e dei benefici derivanti dalla gestione dei terreni secondo tecniche di agricoltura biologica. Per questo tipo di valutazione è bene che si utilizzino sistemi stabilizzati o siano avviati nuovi sistemi aziendali che devono però offrire la garanzia di poter essere monitorati per lungo tempo. I parametri individuati inizialmente per le analisi sul terreno sono: 1) contenuto in sostanza organica 2) quantità di Humus stabile, 3) quantificazione della presenza di microflora e microfauna del terreno mediante alcuni indicatori di attività enzimatica e capacità respiratoria, nonché la presenza endemica dei cosiddetti ‘probiotici’ (ad es. endomicorrize, Tricoderma, batteri azotofissatori, ecc.) 4) Riserve di Azoto, fosforo e potassio nel terreno, CSC, nitrati a tre diverse profondità (0-30), (30-60), (60-90).Il livello di fertilità dovrà prevedere la messa a punto di protocolli sull’utilizzo di bioindicatori QBI (indici di qualità di biodiversità del suolo) quali carabidi o lombrichi ecc. Le valutazioni non si devono fermare all’ecosistema suolo ma prendere in considerazione anche parametri ambientali (bioindicatori per le acque, biodiversità vegetale di superficie, biodiversità animale, entomofauna, etc.) Dovranno inoltre essere calcolati i carichi di principi attivi, anche se naturali, distribuiti per unità di superficie in funzione di diversi assetti produttivi. Dovranno, infine, essere effettuate valutazioni della capacità che i diversi tipi di gestione agronomica hanno di sequestrare carbonio, per dare evidenza del contributo che l’agricoltura biologica può portare per il rispetto dei parametri di Kyoto.
- Valutazione della qualità dei prodotti. Si evidenzia la necessità di prevedere metodi di analisi della qualità organolettica (panel-test) in particolare nella valutazione varietale, soprattutto alla luce di standard di commercializzazione che appaiono diversi a seconda degli sbocchi commerciali. Si dovrebbe approfondire la duplice funzione di questa analisi a livello di sistema (parametri qualitativi generali) e a livello specifico/varietale (analisi chimico, fisica, organolettica, per immagini, ecc.).
- Valutazioni di carattere socio-economico. Tale tipo di analisi deve essere attuata a due livelli, da un lato deve rilevare costi di produzione mettendo in luce la ripartizione degli stessi per dare uno strumento di miglioramento alle aziende, dall’altro deve portare ad ottenere informazioni importanti in tutte le circostanze ove sia necessario attuare una programmazione sull’impiego dei finanziamenti o sull’uso di un territorio. Occorre che vengano analizzati sistemi aziendali diversificati mettendo in luce la sostenibilità degli stessi in funzione dell’organizzazione interna e dei possibili sbocchi di mercato, analizzando nuove forme di commercializzazione compresa la vendita diretta in azienda o ai G.A.S.. Devono poter essere messi a disposizione dati economici che possano supportare le scelte da parte di giovani imprenditori.
Ribadendo il ruolo fondamentale della ricerca e della sperimentazione quali strumenti di innovazione e di progresso è opportuno che per futuri programmi di attività si richiedano ai partecipanti dei prerequisiti quali: l’esperienza maturata in certi ambiti di studio, il rapporto con le aziende agricole per una corretta individuazione dei temi da sviluppare, l’appartenenza ad una rete di aziende o di centri di ricerca, ecc.
Ad un coordinamento a livello regionale dove ogni ente ha l’opportunità di essere legato al territorio e di raccoglierne le istanze, deve essere affiancato un coordinamento nazionale, legato anche ad una banca dati che aggiorni costantemente le indicazioni utili sui progetti di ricerca e sperimentazione e sugli enti che svolgono attività. Per il coordinamento nazionale occorre evitare di creare sempre nuove strutture e si potrebbe individuare RIRAB (Rete Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica) oppure altra rete a condizione che al suo interno siano rappresentate in modo significativo le varie componenti del mondo della ricerca, delle Aziende Sperimentali, degli Enti regionali e soprattutto delle Associazioni dei produttori biologici. Occorre giungere quanto prima ad una piattaforma del biologico Italiana che sia in collegamento con quella Europea ed attivarsi per creare sinergie internazionali e per partecipare ai progetti europei.
Il gruppo era costituito da 11 partecipanti:- 5 rappresentanti di enti con funzione di organizzare la ricerca e sperimentazione nelle singole regioni:
- Ersa - Friuli Venezia Giulia
- Veneto Agricoltura - Veneto
- CRPV - Emilia-Romagna
- Arsia - Toscana
- Arsial - Lazio
- 1 rappresentante di un’azienda sperimentale legata al CRPV Astra-Innovazione e Sviluppo - Emilia-Romagna
- 2 rappresentanti del CRA-ORT di Monsampolo del Tronto che realizza attività di ricerca e sperimentazione nella regione Marche.
- 1 rappresentante di Novamont S.P.A., azienda produttrice di mezzi tecnici
- il Presidente di AIAB, Andrea Ferrante, in rappresentanza delle aziende agricole orticole
- 1 dipendente ARSIA con funzioni di segreteria per la verbalizzazione.
La presenza di un numero ristretto di persone in rappresentanza comunque di 5 regioni ha consentito di rendere molto proficua la discussione.


