Ricerca Bio

I testi inseriti negli articoli di questa voce di menù sono il risultato dei gruppi di lavoro costituitisi all'interno del "Seminario nazionale sulla ricerca ed il trasferimento dell'innovazione in agricoltura biologica" organizzato ad Alberese (GR) nel novembre 2008 da FIRAB ed ARSIA Toscana al fine di contribuire alla costruzione di una rete di collaborazione a livello nazionale tra centri ed aziende sperimentali che si occupano della coltivazione e dell'allevamento in agricoltura biologica nonché per identificare strumenti efficaci per facilitare e rendere costante e dinamico il rapporto tra sperimentatori e agricoltori.

Zootecnia Biologica

Va innanzitutto evidenziato che in Italia esistono pochi centri ed aziende sperimentali pubbliche che si occupano di zootecnia biologica (es. CRA di Tormancina - RM), una delle cause principali essendo individuata nei costi elevati. Di solito quindi le ricerche vengono effettuate in aziende private. C’è urgente necessità di collegare in rete tutte le persone che realizzano ricerche in zootecnia biologica in Italia, in stretto contatto con le reti europee esistenti (es. SAFO).

 

IL BENESSERE ANIMALE: COME VALUTARLO E COME TRADURNE I CONCETTI NELLA PRATICA DEGLI ALLEVAMENTI

La discussione ha visto la  partecipazione di 19 fra ricercatori, tecnici ed allevatori.

  • I ricercatori italiani fino ad oggi hanno utilizzato approcci diversi per la valutazione del benessere animale, seguendo le diverse linee di ricerca europee.
  • C’è urgente necessità di adottare un approccio ed un sistema comune di valutazione in modo da poter passare dal piano della ricerca ad uno più applicativo.
  • Anche in questo campo va creata una rete fra diversi centri di ricerca che si occupano di benessere animale.
  • E’ stato messo in evidenza che attualmente, a livello della UE, si ritengono migliori, più rapidi ed affidabili i sistemi basati sull’osservazione degli animali e non solo delle strutture.

La necessità di valutare gli allevamenti non deriva solo dall’esigenza di applicazione delle norme dei PSR, ma anche da quella di raggiungere lo stesso livello di altri paesi UE, dal momento che la filosofia della zootecnia biologica è basata proprio sul benessere animale.

Si rileva, tuttavia, che spesso è forte la perplessità degli allevatori ad accettate la valutazione della propria azienda, per il timore di eventuali penalizzazioni (es. PSR).

E’ necessario quindi poter agire su 2 livelli:

  • da una parte sul sistema di valutazione del benessere, mettendo a punto un sistema di valutazione comune.
  • dall’altra sulla assistenza tecnica agli allevatori per aiutarli a crescere ed a migliorare il benessere degli animali allevati, agendo sulla genetica degli stessi (rusticità) e preparando tecnici specializzati

In sintesi, per il benessere animale, è necessario  passare ad una fase applicativa che faccia tesoro dei risultati delle ricerche finora effettuate.

 

IL PASCOLO E LA ALIMENTAZIONE DEGLI ANIMALI: COME ESSERE SICURI DI EVITARE GLI OGM E COME FORMULARE DIETE SOSTENIBILI ED ECONOMICHE

  • Il pascolo deve essere ritenuto essenziale per il benessere, la salute e la fertilità degli animali allevati secondo il metodo biologico.
  • Il pascolo deve caratterizzare la produzione zootecnica biologica, non solo per gli erbivori, ma anche per suini, i polli ed i conigli (non ancora normati dai Reg. CE sull’Agricoltura bio).
  • Vanno individuati pascoli utili per le diverse produzioni e le diverse realtà ambientali. Ad esempio vanno distinti:
    • pascoli per produzioni che hanno bisogno di maggiore apporto nutritivo (vacche da latte)
    • pascoli per produzioni che hanno bisogno di essenze di qualità (pecore, vacche all’alpeggio).

In ambedue i casi si deve lavorare sul miglioramento dei pascoli, utilizzando essenze adatte, e sui sistemi di utilizzazione degli stessi (es. tempi di pascolo diversi a seconda della stagione).Vanno quindi indirizzate ricerche sugli ecotipi di essenze locali e sui sistemi di gestione dei pascoli (tenendo in debito conto i limiti di N da deiezioni).

Sono importanti gli approfondimenti sugli aspetti sanitari (es. controllo parassiti con pascolamento multispecie in parallelo o successione).

Vanno senz’altro fatte valutazioni ecologiche e del bilancio energetico del pascolamento nei nostri territori per raccogliere dati da presentare alla UE.

E’ necessario, infine, difendersi dalle critiche sull’impatto ambientale producendo dati sulle produzioni reali di metano degli animali al pascolo.

Riguardo all’alimentazione si deve approfondire la ricerca sulle proteaginose.

Nel campo dei pascoli c’è, quindi, ancora bisogno di ricerca e possono essere promossi progetti interregionali partendo dai dati dei progetti già conclusi.

 

GLI ALLEVAMENTI BIO NON NORMATI: IL CONIGLIO E L'ACQUACOLTURA DI MARE E DI FIUME

  • l’acquacoltura sarà inclusa nel nuovo Reg. CE sull’agricoltura biologica
  • per i conigli i problemi permangono e c’è bisogno di ampliare la ricerca.
  • AIAB sta per far uscire un nuovo regolamento (disciplinare) sul coniglio. Gli allevatori comunque hanno bisogno di certezze per muoversi, ad esempio riguardo al problema della utilizzazione delle gabbie e delle loro misure.

 

L'APICOLTURA BIOLOGICA: CURA DELLE API E VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI

I punti critici, oltre ai pericoli che attualmente colpiscono anche l’apicoltura convenzionale (uso di prodotti pericolosi per le api in agricoltura ed inquinanti ambientali), sono rappresentati da:

  • utilizzo di cera biologica priva di residui, non ancora facilmente reperibile.
  • possibilità di selezionare famiglie resistenti alle diverse patologie.
  • Individuazione di trattamenti sanitari compatibili.
 

Orticoltura Biologica

ANALISI DELLE PROBLEMATICHE
  1. Organizzazione della sperimentazione. In Italia la sperimentazione in orticoltura biologica  spesso si è mossa in maniera disomogenea. In alcune realtà esiste una organizzazione della domanda di sperimentazione che partendo dalle esigenze espresse dalla produzione arriva alle aziende o alle strutture universitarie e di ricerca collegate, in altre spesso lo sperimentatore si fa interprete dei bisogni delle aziende correndo, spesso, il rischio di auto referenziarsi.
  2. Tipologie di sperimentazione. Molta attività è stata svolta senza cercare o creare collegamenti con altre realtà adottando protocolli di lavoro personalizzati. La maggior parte dell’attività è stata di tipo “Specifica o monotematica” rivolta ai confronti varietali e alle prove di difesa con alcune interessanti esperienze sulla gestione dei sovesci, della concimazione e sul controllo delle malerbe. Solo in tre realtà sono state avviate sperimentazioni di sistema che non hanno comunque avuto raccordi se non per iniziativa personale dei tecnici che le gestiscono. E’ emersa la consapevolezza che molta attività svolta non ha ancora risolto i problemi legati alla corretta gestione della fertilizzazione, al controllo dei parassiti, al controllo delle malerbe e all’individuazione di varietà poi reperibili come semente biologica.
  3. Assistenza tecnica e trasferimento dei risultati. E’ stato evidenziato come l’assistenza tecnica sia in progressiva diminuzione a causa di un ridotto numero di tecnici e come risulti sempre più difficile raggiungere il target di utenti. C’è grande preoccupazione sul fatto che l’azienda biologica orticola per crescere debba avere un contatto frequente con i tecnici sul campo e che le attuali modalità di divulgazione (Convegni, articoli e pagine web)   non sempre siano sufficienti. Ci troviamo di fronte a situazioni molto complesse con decine di possibili coltivazioni, decine di possibili rotazioni o successioni, con centinaia di varietà e problemi che necessitano di risposte immediate tenuto conto dei cicli colturali brevi e dei rischi connessi  ad un ritardato intervento di difesa o di lotta alle malerbe.
  4. Sperimentazione solo su argomenti tecnici od anche di carattere organizzativo? Nel settore orticolo esistono oggi aziende più o meno specializzate che conferiscono direttamente alla GDO, a cooperative o a commercianti privati, ma stanno crescendo anche aziende che attuano la vendita diretta per appropriarsi di una parte del valore aggiunto e quindi ottenere redditi per poter rimanere vitali. La commercializzazione diretta o tramite GAS (Gruppi di acquisto solidale) impone un ripensamento dell’azienda sia dal punto di vista organizzativo che tecnico. In particolare si rende necessario coltivare molte specie per le quali a volte mancano le opportune conoscenze, deve essere rivista la programmazione, i calendari colturali, le successioni, la gestione della fertilità e dei sovesci. Mancano studi che valutino i costi di tale organizzazione e la convenienza a modificare l’assetto produttivo. Si rimarca l’esigenza di differenziare la sperimentazione a seconda della tipologia di azienda a cui si fa riferimento; in particolare le prove sperimentali impostate per dare risposte ad aziende che coltivano 4-5 specie e conferiscono alla GDO, dovranno essere diverse da quelle prove che intendono migliorare la capacità gestionale di una piccola azienda che avendo la commercializzazione diretta o essendo fornitrice di GAS, per ampliare la gamma di ortaggi, dovrà operare delle diversificazioni molto più accentuate.
  5. Ruolo delle aziende sperimentali.  La carenza di tecnici che possano svolgere azione di trasferimento dei risultati fa si che l’attività delle aziende sperimentali in massima parte indirizzata agli agricoltori sia sempre meno visibile e percepita dagli stessi. L’esigenza di ridurre i costi impone una generale riorganizzazione delle aziende sia sul versante delle attività da svolgere che delle relazioni esterne.


PROPOSTE OPERATIVE

  1. Migliorare il livello di interscambio. Occorre uno sforzo per creare una rete fra le aziende che oggi attuano sperimentazione e le strutture di ricerca (Università, CRA, CNR, ENEA ecc.) per massimizzare i risultati. Le aziende devono essere aperte e a disposizione di chi fa ricerca, e allo stesso tempo il mondo della ricerca non deve replicare quanto fanno le aziende sperimentali ed essere vicina ai bisogni delle aziende produttive. Per raccogliere le esigenze di ricerca e sperimentazione nelle regioni che presentano maggiori difficoltà di rapporti con le aziende produttrici, si potrebbe prevedere l’invio di un questionario appositamente strutturato.
  2. Accrescere il numero di sistemi aziendali. E’ stato ribadito da più parti come l’orticoltura biologica si avvantaggi di studi interdisciplinari su sistemi produttivi dove ogni fattore viene visto in relazione positiva o negativa con tutti gli altri. Occorre mantenere le sperimentazioni di lungo periodo esistenti e possibilmente impostarne nuove. Occorre, inoltre, che tali sperimentazioni non siano isolate ma rappresentino il fulcro attorno al quale si muovono sperimentazioni puntiformi che vengono attivate per dare risposte ad esigenze emerse all’interno del sistema e che devono riportare al sistema le soluzioni attese. In orticoltura molte prove di carattere puntiforme perdono parte del loro valore se fini a se stesse perchè finiscono con l’ottenere un risultato valido in quel momento per quella particolare situazione.
    Devono essere sviluppate sperimentazioni ‘on farm’ nelle aziende biologiche private, con il duplice obiettivo di portare le innovazioni a diretta conoscenza dell’agricoltore, anche con il semplice ‘passaparola’ - soprattutto laddove le aziende vengono considerate punto di riferimento per una determinata zona - e secondariamente avere la possibilità come sperimentatori di entrare nel vivo di una serie di problematiche, dalla certificazione allo sbocco di mercato, che in un’azienda sperimentale regionale spesso non emergono.
  3. Ricerche monotematiche. Le ricerche monotematiche devono poter affrontare in modo approfondito un unico aspetto secondo schemi sperimentali classici. Le priorità di ricerca sono riconducibili ai temi seguenti:
    1. Selezione di ecotipi e valutazione varietale. In Italia il miglioramento genetico è poco sviluppato e spesso le varietà più diffuse sono varietà adattate alla coltivazione in più parti del mondo e quindi poco caratterizzate e poco legate al territorio. Tenuto conto della vendita diretta e del consumo a km zero e della conseguente modifica degli standard commerciali si potrebbero riprendere varietà che in passato avevano manifestato limiti  di tenuta ma che erano caratterizzate da buona qualità organolettica. Questo lavoro andrebbe sviluppato con ditte sementiere locali  o attraverso gli “Agricoltori custodi”. Per quanto riguarda i confronti varietali su materiale commerciale, sarebbe sufficiente testare presso aziende biologiche i materiali risultati più interessanti nell’ambito di prove gestite con metodi integrati o convenzionali. La scelta varietale dovrebbe portare alla stesura di una lista delle varietà consigliate che potrebbe rappresentare un supporto informativo sia per gli agricoltori che per le stesse ditte sementiere che abbiano interesse a moltiplicare seme biologico. Si può ipotizzare anche un intervento di formazione dell’agricoltore ed eventualmente dei tecnici alla auto-produzione della semente per determinate specie orticole, nonché alla selezione partecipativa.
    2. Fertilizzazione. Si è discusso sulla problematica dei biostimolanti organici e si è convenuto che non sono necessari studi su questo aspetto in quanto la buona fertilità del terreno sopperisce da sola alla esigenza delle colture. Meritano approfondimento invece lo studio dei sovesci con particolare riferimento alla determinazione dei tempi di rilascio dell’azoto e allo studio delle essenze consigliate in funzione delle diverse condizioni pedoclimatiche. Interessante anche capire come impostare strategie in grado di mettere a disposizione della pianta l’azoto quando ne ha bisogno, utilizzando concimi organici.
    3. Controllo delle malerbe. Aldilà della messa a punto di speciali attrezzature per il controllo meccanico, occorre approfondire studi di medio o lungo periodo sulla evoluzione delle malerbe e sulle opportunità di controllo con metodi agronomici quali le rotazioni ampie o con metodi biologici come, ad esempio, il ricorso a piante con effetti allelopatici. Sono necessari maggiori dati su come ridurre le  banche del seme e sulla gestione delle malerbe a fine raccolta e non solo durante il ciclo colturale. Necessità specifiche rimangono per le orticole con sesti d’impianto fitti.
    4. Difesa da patogeni e parassiti. Poichè il campo dei prodotti biologici per la difesa attiva è piuttosto ristretto, occorre dare priorità alla definizione di strategie per ristabilire degli equilibri che nel tempo si sono alterati o per ridurre le cariche di inoculo nell’ambiente. Per i patogeni occorre ricercare varietà che abbiano doti di resistenza o quantomeno di rusticità, mentre per i parassiti occorre  attendere l’arrivo degli ausiliari o incrementarne la presenza attraverso l’impiego di bordure, di siepi o semplicemente di incolti.
    5. Va, infine, rimarcato l’interesse ad approfondire l’orticoltura biodinamica che rispetta molte regole comuni con quella biologica ma presenta differenze a volte non ben conosciute.
  4. Valutazioni d’impatto ambientale. Devono essere definite griglie di parametri in grado di esprimere una valutazione dell’impatto ambientale e dei benefici derivanti dalla gestione dei terreni secondo tecniche di agricoltura biologica. Per questo tipo di valutazione è bene che si utilizzino sistemi stabilizzati o siano avviati nuovi sistemi aziendali che devono però offrire la garanzia di poter essere monitorati per lungo tempo. I parametri individuati inizialmente per le analisi sul terreno sono: 1) contenuto in sostanza organica 2) quantità di Humus stabile, 3) quantificazione della presenza di microflora e microfauna del terreno mediante alcuni indicatori di attività enzimatica e capacità respiratoria, nonché la presenza endemica dei cosiddetti ‘probiotici’ (ad es. endomicorrize, Tricoderma, batteri azotofissatori, ecc.)  4) Riserve di Azoto, fosforo e potassio nel terreno, CSC, nitrati a tre diverse profondità (0-30), (30-60), (60-90).Il livello di fertilità dovrà prevedere la messa a punto di protocolli sull’utilizzo di bioindicatori QBI (indici di qualità di biodiversità del suolo)  quali carabidi o lombrichi ecc. Le valutazioni non si devono fermare all’ecosistema suolo ma prendere in considerazione anche parametri ambientali (bioindicatori per le acque, biodiversità vegetale di superficie, biodiversità animale, entomofauna, etc.) Dovranno inoltre essere calcolati i carichi di principi attivi, anche se naturali, distribuiti per unità di superficie in funzione di diversi assetti produttivi. Dovranno, infine, essere effettuate valutazioni della capacità che i diversi tipi di gestione agronomica hanno di sequestrare carbonio, per dare evidenza del contributo che l’agricoltura biologica può portare per il rispetto dei  parametri di Kyoto.
  5. Valutazione della qualità dei prodotti. Si evidenzia la necessità di prevedere metodi di analisi della qualità organolettica (panel-test) in particolare nella valutazione varietale, soprattutto alla luce di standard di commercializzazione che appaiono diversi a seconda degli sbocchi commerciali. Si dovrebbe approfondire la duplice funzione di questa analisi a livello di sistema (parametri qualitativi generali) e a livello specifico/varietale (analisi chimico, fisica, organolettica, per immagini, ecc.).
  6. Valutazioni di carattere socio-economico. Tale tipo di analisi deve essere attuata  a due livelli, da un lato deve rilevare costi di produzione mettendo in luce la ripartizione degli stessi per dare uno strumento di miglioramento alle aziende, dall’altro deve portare ad ottenere informazioni importanti in tutte le circostanze ove sia necessario attuare una programmazione sull’impiego dei finanziamenti o sull’uso di un territorio. Occorre che vengano analizzati sistemi aziendali diversificati mettendo in luce la sostenibilità degli stessi in funzione dell’organizzazione interna e dei possibili sbocchi di mercato, analizzando nuove forme di commercializzazione compresa la vendita diretta in azienda o ai G.A.S.. Devono poter essere messi a disposizione dati economici che possano supportare le scelte da parte di giovani imprenditori.

Ribadendo il ruolo fondamentale della ricerca e della sperimentazione quali strumenti di innovazione e di progresso è opportuno che  per  futuri programmi di attività si richiedano ai partecipanti dei prerequisiti quali: l’esperienza maturata in certi ambiti di studio, il rapporto con le aziende agricole per una corretta individuazione dei temi da sviluppare, l’appartenenza ad una rete di aziende o di centri di ricerca, ecc.

Ad un coordinamento a livello regionale dove ogni ente ha l’opportunità di essere legato al territorio e di raccoglierne le istanze, deve essere affiancato un coordinamento nazionale, legato anche ad una banca dati che aggiorni costantemente le indicazioni utili sui progetti di ricerca e sperimentazione e sugli enti che svolgono attività. Per il coordinamento nazionale occorre evitare di creare sempre nuove strutture e si potrebbe individuare RIRAB (Rete Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica) oppure altra rete a condizione che al suo interno siano rappresentate in modo significativo le varie componenti del mondo della ricerca, delle Aziende Sperimentali, degli Enti regionali e soprattutto delle Associazioni dei produttori biologici. Occorre giungere quanto prima ad una piattaforma del biologico Italiana che sia in collegamento con quella Europea ed attivarsi per creare sinergie internazionali e per partecipare ai progetti europei.

Il gruppo era costituito da 11 partecipanti:
  • 5 rappresentanti di enti con funzione di organizzare la  ricerca e sperimentazione nelle singole  regioni:
    • Ersa - Friuli Venezia Giulia
    • Veneto Agricoltura  - Veneto
    • CRPV  - Emilia-Romagna
    • Arsia  - Toscana
    • Arsial  - Lazio
  • 1 rappresentante di un’azienda sperimentale legata al CRPV Astra-Innovazione e Sviluppo  - Emilia-Romagna
  • 2 rappresentanti del CRA-ORT di Monsampolo del Tronto che realizza attività di ricerca e sperimentazione nella regione Marche.
  • 1 rappresentante di Novamont S.P.A., azienda produttrice di mezzi tecnici
  • il Presidente di AIAB, Andrea Ferrante, in rappresentanza delle aziende agricole orticole
  • 1 dipendente ARSIA con funzioni di segreteria per la verbalizzazione.

La presenza di un numero ristretto di persone in rappresentanza comunque di 5 regioni ha consentito di rendere molto proficua la discussione.

 

Seminativi in Agricoltura Biologica

I lavori del gruppo “Colture seminative” hanno affrontato il tema in oggetto attraverso una discussione tesa ad identificare dapprima gli attuali fabbisogni di ricerca del settore e in seguito le diverse modalità di lavoro con le quali operano i ricercatori ed i tecnici preposti al trasferimento dell’innovazione nel campo del biologico. In questa fase si è cercato anche di evidenziare le differenze tra il sistema “ricerca, sperimentazione e trasferimento” dell’agricoltura convenzionale e quello dell’agricoltura biologica.

NECESSITA' DI RICERCA

Per quanto riguarda il fabbisogno di ricerca, il gruppo di lavoro ha iniziato la propria riflessione analizzando le tematiche che nel 2002, al termine del seminario di Bologna, furono ritenute prioritarie:

  1. Metodologie di indagine: individuazione di parametri o indici sintetici e di una metodologia per la valutazione della sostenibilità complessiva dell’agroecosistema (agronomica, biologica, economica, ambientale, ecc.) e della biodiversità, metodi di stima dell’evoluzione della popolazione delle infestanti e dei parassiti, metodi di stima della qualità globale dei prodotti.
  2. Gestione della flora infestante: pratiche agronomiche (falsa semina, avvicendamento, sovesci ad effetto allelopatico), macchine per il controllo fisico e meccanico
  3. confronti varietali
  4. gestione del suolo: gestione e dinamica dei nutrienti (quantità ed epoca di rilascio da matrici organiche di diversa natura; variazioni del livello di fertilità fisica, chimica e microbiologica del terreno; il ruolo della componente biotica del terreno sul rilascio di nutrienti scarsamente solubili; interazioni con: cover-crops; catch crops; tecniche di lavorazione del terreno)
  5. Mezzi tecnici: fertilizzanti/concimi (caratteristiche intrinseche ed effetto sulla coltura e sull’ambiente), concianti, fungicidi, insetticidi
  6. Qualità dei prodotti: qualità tecnologiche (con particolare riferimento ai cereali), qualità igienico-sanitarie, qualità “globale”
  7. Valutazione economica del sistema

Sulla base di questo elenco di priorità si è aperta la discussione al termine della quale, alla luce delle attuali esigenze, si è convenuto sull’importanza che ancora oggi queste problematiche rivestono nel mondo del biologico e dei grandi seminativi in particolare. Tuttavia si è ravvisata anche la necessità di dare maggiore enfasi alla ricerca sulla qualità delle produzioni agricole biologiche e dei relativi prodotti della trasformazione, con particolare riguardo ai cereali, alla pasta ed al pane, facendo maggiore riferimento ai metodi di valutazione complessiva del prodotto (qualità organolettica e qualità globale) e tenendo in debita considerazione le tecniche di trasformazione dei prodotti (non soltanto quelle di produzione). A questo riguardo è stata segnalata la necessità di sviluppare studi relativi alle “filiere di produzione” al fine di individuare i punti di debolezza all’interno dei rapporti che si instaurano tra i diversi soggetti della filiera stessa (produttori, primi trasformatori, secondi trasformatori, commercianti, consumatori) e di cercare strategie per il loro superamento.

Alla fine della discussione, il gruppo di lavoro ha individuato 4 macrotematiche che potrebbero riassumere l’attuale fabbisogno di ricerca nel settore dell’agricoltura biologica applicate a sistemi erbacei di pieno campo:

  1. Studio del sistema. All’interno di questa tematica si collocano le ricerche che si pongono come obiettivo lo studio delle modificazione indotte dall’applicazione ripetuta dei metodi di agricoltura biologica nell’agroecosistema al fine di valutarne la sostenibilità (agro-ambientale, economica, sociale) ed il livello di biodiversità; nell’ambito di questa tematica vengono ritenuti strategici gli studi sui flussi di energia e di carbonio nei sistemi agricoli biologici.
  2. Gestione del sistema. In questa macrotematica si possono collocare tutte le ricerche volte al miglioramento della gestione dell’agroecosistema secondo i principi dell’agricoltura biologica: gestione della flora infestante (falsa semina, avvicendamento, sovesci ad effetto allelopatico, macchine per il controllo fisico e meccanico, ecc.); gestione del suolo e dei nutrienti: dinamica dei nutrienti (quantità ed epoca di rilascio da matrici organiche di diversa natura; variazioni del livello di fertilità fisica, chimica e microbiologica del terreno; il ruolo della componente biotica del terreno sul rilascio di nutrienti scarsamente solubili; interazioni con: cover-crops; catch crops; tecniche di lavorazione del terreno); gestione delle colture: scelta varietale (indirizzata non soltanto alla produttività ed alla qualità delle produzioni ma anche alla capacità dei diversi genotipi di sviluppare interazioni positive con altri genotipi tra di loro consociabili), applicazione di concianti, fungicidi, insetticidi.
  3. Gestione della qualità dei prodotti. Questa macrotematica potrebbe riunire i diversi filoni di ricerca volti ad analizzare le problematiche connesse alla valutazione della qualità dei prodotti biologici e ad individuare altri parametri della qualità in grado di evidenziare anche altre caratteristiche dei prodotti (qualità organolettica, qualità globale, ecc.) e non soltanto quelle tecnologiche e nutrizionali.
  4. Gestione delle filiere di produzione. In questa macrotematica troverebbero spazio gli studi in grado di fornire un contributo all’attivazione duratura di filiere agro-alimentari e agro-industriali in grado di migliorare il valore aggiunto delle produzioni primarie esaltandone le qualità intrinseche ed estrinseche.

Nel complesso, indipendentemente dalla macrotematica, il gruppo di lavoro concorda sulla necessità di sviluppare ricerche mirate alla soluzione dei problemi pratici degli agricoltori ma, allo stesso tempo, indirizzate anche a dare risposte di medio e lungo periodo perché attraverso queste ultime si può evidenziare la “sostenibilità” della gestione tecnica dell’interno agroecosistema ed identificare gli strumenti utili a superare le problematiche globali a livello locale.

METODOLOGIE DI RICERCA-SPERIMENTAZIONE

Terminata questa prima parte della discussione, il gruppo di lavoro ha affrontato il tema specifico del seminario iniziando ad analizzare le metodologie di ricerca-sperimentazione e trasferimento del mondo della ricerca agraria convenzionale ponendole a confronto con quelle attualmente utilizzate dal mondo del biologico.

La ricerca nel sistema dell'agricoltura convenzionale

Analizzando la ricerca applicata nel sistema convenzionale si rileva come questa si realizzi prevalentemente presso laboratori privati (società sementiere, produttrici di fertilizzanti, anticrittogamici, antiparassitari ed erbicidi) i quali dopo aver messo a punto e saggiato un prodotto, lo collaudano in aziende sperimentali di loro proprietà o terze, spesso interessando alla sperimentazione strutture pubbliche di ricerca (università, enti di ricerca, ecc.) per portare all’attenzione dei tecnici e degli agricoltori i nuovi ritrovati. Ciò in genere avviene nel corso di giornate divulgative con visite in campo, incontri conviviali e distribuzione di materiale informativo al fine di garantire il trasferimento dell’innovazione all’utente finale: gli agricoltori. Questi, alla ricerca del “rimedio specifico” in grado di risolvere potenzialmente i loro problemi aziendali, partecipano numerosi a questo tipo di incontri ed il sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento” si completa con successo demandando il completamento della divulgazione aitecnici /venditori dell’industria.

La ricerca nel sistema dell'agricoltura biologica

Rispetto a questo tipo di approccio, che vede come oggetto principale il “nuovo prodotto” dell’industria o del miglioramento genetico, nel campo del biologico, fermo restando l’interesse per l’individuazione di genotipi di maggiore interesse (anche per le loro caratteristiche di resistenza) la ricerca del singolo prodotto in grado di risolvere un problema tecnico è decisamente meno interessante visto che molti operatori sono ormai consapevoli che per una buona gestione dei sistemi agricoli in biologico è necessario sviluppare strategie gestionali di insieme più che ricercare all’esterno dell’azienda la soluzione a problemi interni. Ecco quindi che, salvo qualche eccezione, la ricerca in biologico non si realizza nei laboratori delle grandi multinazionali ma all’interno dei centri di ricerca istituzionali facendo ricorso a finanziamenti prevalentemente pubblici. Ne consegue che, in genere, venendo meno l‘interesse alla produzione dello specifico mezzo tecnico il sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento” nel campo del biologico (ma anche in altri settori come per esempio l’agro-ambiente) tende ad incepparsi per un’insieme di motivi. Forse il più importante potrebbe essere rappresentato dalla mancanza di un interesse condiviso all’interno del sistema da parte dei soggetti interessati: i ricercatori, gli sperimentatori e i divulgatori e gli stessi agricoltori. Da una parte troviamo infatti i ricercatori pubblici che non sono interessati a sperimentare e trasferire perché istituzionalmente essi sono tenuti a rispondere del loro operato agli enti finanziatori che non sono quasi mai gli utilizzatori finali della loro ricerca. Dall’altra parte ci sono gli sperimentatori che attraverso specifiche strutture pubbliche operano il trasferimento dell’innovazione proveniente dal mondo della ricerca, organizzando incontri tecnici accompagnati da visite in campo che sempre più spesso non raccolgono l’interesse dei destinatari finali (agricoltori e tecnici). Questa fase del sistema si trova frequentemente compressa da una parte dall’esigenza istituzionale di fare comunque sperimentazione e, dall’altra, di non disporre sempre di innovazione tecnologica da trasferire. Infatti, ad eccezione di alcuni temi di ricerca (p.e. confronti varietali) i risultati degli studi condotti sui metodi di agricoltura biologica richiedono alcuni anni di accurata gestione del sistema e di attenta verifica prima di assumere quella ragionevole attendibilità che ne autorizzi la divulgazione.

Infine i destinatari finali: gli agricoltori ed i tecnici (degli enti pubblici, delle associazione dei produttori, privati) sono sempre meno interessati a questa tipologia di approccio alla ricerca che spesso non è in grado di dare risposte dirette alle loro esigenze immediate. All’interno del gruppo di lavoro, molti hanno testimoniato la difficoltà di raggiungere un numero significativo di presenze in occasione degli incontri tecnico-scientifici seppure organizzati per tempo e per i quali è stata data ampia e capillare informazione.

Su questo sistema nel suo complesso pesano alcune condizioni al contorno che si stanno realizzando in questi ultimi anni, in particolare la sempre maggiore carenza di fondi destinati al settore della ricerca pubblica (e non soltanto quella agraria) e il progressivo smantellamento del settore dell’assistenza tecnica. Da più parti si lamenta, infatti, la mancanza di tecnici preparati in grado di operare in ambito aziendale.

In queste condizioni non deve meravigliare che l’informazione non riesca a circolare tra i soggetti interessati al sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento” e all’interno di ogni singolo settore.

A seguito di questa impietosa analisi, il gruppo di lavoro condivide la necessità di proporre nuove strategie di lavoro sia all’interno delle strutture coinvolte nel sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento” che tra le strutture stesse. A tal fine per ciascuna componente di detto sistema si sono analizzati i punti di debolezza e le iniziative da sviluppare per raggiungere quegli obiettivi istituzionali oggi non sempre realizzati in un contesto tecnico-scientifico e socio-economico profondamente mutato.

Prima di approfondire le problematiche di ciascuna componente del sistema, il gruppo di lavoro ha riflettuto sui requisiti minimi che il sistema “ricerca, sperimentazione e trasferimento” in agricoltura biologica deve possedere, confermando la necessità di:

  1. realizzare ricerche di breve-medio periodo in aziende “bio” con sistemi colturali assestati (avviati al biologico da almeno 5 anni) che offrono sufficienti garanzie in termini di serietà imprenditoriale e competenza tecnica onde fornire risposte di breve e medio periodo in merito all’applicazione delle tecniche agronomiche in sistemi colturali “bio”;
  2. realizzare ricerche di lungo periodo in sistemi colturali “bio” assestati e monitorati (avviati al biologico da almeno 5 anni e condotti nel rispetto di protocolli sperimentali predefiniti), realizzati presso enti di ricerca pubblici che offrono sufficienti garanzie di competenza tecnico-scientifica e offrono maggiori garanzie di continuità e correttezza gestionale delle ricerche nel lungo periodo;
  3. operare in modo coordinato e integrato (a livello territoriale e disciplinare) per esaltare le possibili interazioni tra sistema colturale/tecniche - ambiente pedoclimatici - tempo al fine di aumentare l’”efficienza” della ricerca in termini di risultati ottenibili ed di rapporto risorse impegnate/risultati ottenuti;
  4. curare la trasferibilità dei risultati ottenuti ed effettuare il collaudo degli stessi in aziende e/o Centri sperimentali della zona.

Analisi schematica dei punti di debolezza di ciascuna componente del sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento” ed indicazioni sintetiche sui possibili strumenti per il loro superamento

PROPOSTE OPERATIVE

RICERCA
punti di debolezza effetti prodotti rimedi
scarso coordinamento all’interno e tra le strutture nazionali preposte alla ricerca di base ed applicata scarsa circolazione dell’informazione; rischio di “ripetizione” della stessa ricerca da parte di strutture non coordinate seminari nazionali; attivazione di reti tra istituti di ricerca (Università – CNR – CRA); maggiore coordinamento con network europei
incompleta corrispondenza degli obiettivi della ricerca con i fabbisogni degli utilizzatori finali allontanamento del mondo operativo da quello della ricerca maggiore coinvolgimento degli utilizzatori finali in fase di progettazione della ricerca (eventualmente anche finanziario)
insicurezza sulla capacità di gestione economica delle ricerche di lungo periodo difficoltà nel fornire risultati spendibili a livello internazionale sia dal punto di vista scientifico che di supporto alle politiche nazionali e sopranazionali; indisponibilità ad attivare meccanismi sperimentali complessi
maggiore condivisione delle risorse attraverso l’interscambio delle informazioni relative ai bandi di ricerca; utilizzazione collegiale delle ricerche di lungo periodo già esistenti; partecipazione ai network europei

Per quanto riguarda il settore della ricerca, dai partecipanti ai lavori del gruppo, è emersa chiaramente la necessità di sviluppare incontri tecnici per iniziare a far circolare le informazioni già disponibili presso le università, i centri e le aziende sperimentali.
I rappresentanti delle strutture universitarie presenti si sono dichiarati disponibili a sviluppare una rete della ricerca nazionale che coordini le attività delle strutture in possesso dei requisiti precedentemente indicati al punto 2 (Università-CRA-CNR) stimolando l’interscambio delle esperienze e l’adozione di protocolli condivisi. Il gruppo di lavoro riterrebbe opportuno che la rete delle strutture di ricerca identificasse in una persona fisica il coordinatore con il compito di interagire con le reti nazionali già esistenti (FIRAB – RIRAB – GRABIT, ecc.) e rappresentare in modo unitario il mondo della ricerca italiana sul biologico in sede europea. Oltre a mettere in rete le esperienze maturate e le conoscenze acquisite, l’obiettivo di questa sorta di “coordinamento delle reti” sarebbe anche quello di fare “lobby” a livello nazionale, migliorare l’immagine dell’Italia della ricerca in ambito europeo, suggerire le tematiche di ricerca e le modalità di realizzazione delle stesse agli enti finanziatori e quindi accedere con maggiore facilità a finanziamenti nazionali e comunitari.

 

SPERIMENTAZIONE
punti di debolezza effetti prodotti rimedi
scarso coordinamento tra le strutture preposte alla sperimentazione e quelle preposte alla ricerca di base ed applicata scarsa circolazione dell’informazione; trasmissione di innovazioni di scarso interesse per gli utenti finali seminari nazionali; attivazione di reti tra istituti di ricerca e centri/aziende sperimentali a livello regionale (es. rete dei Poli in Toscana) e trans-regionale

Relativamente al settore della sperimentazione, si auspica una maggiore condivisione delle attività dei centri/aziende sperimentali con le strutture istituzionalmente preposte alla ricerca ed un più stretto legame tra quelle aziende che sviluppano attività dimostrative analoghe ed in sintonia con i criteri enunciati ai punti 1-4. Al fine di differenziare quanto più possibile le tematiche oggetto di sperimentazione (e quindi soddisfare maggiormente la richiesta degli utenti finali del sistema) ed allo stesso tempo tentare di ridurre i costi della sperimentazione, il gruppo di lavoro ritiene opportuno che le aziende ed i centri di sperimentazione si coordinino per individuare tra loro quelli più vocati a sviluppare un certo tipo di attività piuttosto che un altro anche in relazione alle caratteristiche territoriali.

SPERIMENTAZIONE
punti di debolezza effetti prodotti rimedi
impiego di modelli e strumenti per il trasferimento dell’innovazione non sempre adeguati ai diversi contesti socio-economici e culturali scarsa efficacia del trasferimento; disaffezione degli utenti finali all’utilizzazione dei mezzi di comunicazione tradizionali impiego di nuove tecniche di comunicazione e di nuovi strumenti per il trasferimento dell’informazione

Per le attività di trasferimento, il gruppo di lavoro ha ritenuto di fondamentale importanza:

  • disporre di una aggiornata banca dati sullo stato della ricerca “bio” condotta in Italia per tematica e per filiera;
  • identificare nuove tecniche di comunicazione e nuovi strumenti per il trasferimento dell’informazione tenendo maggiormente conto dei contesti all’interno dei quali si intende diffondere l’innovazione, del tema dell’innovazione e dei soggetti beneficiari;
  • riattivare quel sistema di assistenza tecnica alle aziende, che per molti anni ha svolto il ruolo di “cinghia di trasferimento” dell’innovazione in agricoltura, promuovendo l’immagine ed il ruolo del “tecnico” sia nel settore pubblico che in quello privato.

Secondo molti partecipanti, per sviluppare un sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento” dell’innovazione più efficiente sarebbe necessario che la società attuale percepisse maggiormente l’importanza dell’agricoltura e delle problematiche ad essa connesse. Sarebbe quindi utile, sviluppare azioni di lobby per rilanciare l’immagine dell’agricoltura e di conseguenza l’importanza della ricerca e della divulgazione in questo settore. Particolare enfasi dovrebbe essere posta in tutte quelle azioni tese a sensibilizzare il mondo politico sulla necessità di salvaguardare e promuovere la ricerca di lungo periodo in agricoltura, l’unica in grado di svolgere un ruolo di supporto alle politiche regionali e nazionali.

Un altro aspetto che interessa trasversalmente i vari comparti del sistema “ricerca-sperimentazione-trasferimento”, e richiede una riflessione specifica, è la sempre minore disponibilità di risorse da destinare al “sistema ricerca” ed in particolare a quella destinata agli studi sull’agricoltura biologica. Per far fronte a questa grave congiuntura è necessario sviluppare economie di scala attraverso l’attivazione di network capaci di coordinare le attività di diverse strutture concentrando ricerca e sperimentazione in pochi siti rappresentativi dei sistemi colturali studiati. Ciò al fine di ridurre i costi della gestione tecnica delle esperienze di campo, stimolare la interdisciplinarietà ottenendo nel contempo un proficuo scambio di informazioni e conoscenze tra ricercatori, maggiori informazioni sulle diverse componenti del sistema, più agevole interpretazione dei risultati ottenuti e quindi garantire la continuità dell’esperimento di campo grazie alla pluralità dei potenziali finanziatori (ricercatori).

 

Frutticoltura e Viticoltura in Biologico


PROPOSTE OPERATIVE

Dalla discussione comune sono emersi i seguenti punti ed esigenze meritevoli di considerazione:

  • Area tecnica
    • organizzare per il 2009 una settimana tecnica nazionale, da ripetersi con cadenza biennale
  • Area scientifica
    • è necessario mettersi in rete a livello internazionale per viticoltura e vino lanciando la proposta di coordinamento italiano; condividere strategie tra centri; lavorare sulla  qualità del vino, oltre l’orizzonte normativo
  • Azione di Lobby
    • agire da subito sulla questione Rame attraverso policy paper per MIPAF;
    • organizzare a livello nazionale una rete di contatti regionali che abbia la capacità di reagire velocemente;
    • individuare una lista di priorità per Core Organic II e bandi MIPAF;
    • individuare tavoli istituzionali su cui intervenire (nazionali e regionali)‏
  • Progetti e Finanziamenti
    • chiedere trasparenza su gestione bandi nazionali
  • Prodotti fitosantari
    • agire sulla questione Rame;
    • organizzare un evento per fare il punto sui Fosfiti;
    • affrontare il tema polisolfuro

Nello specifico della viticoltura si segnalano i seguenti argomenti:

  • Metodo di valutazione terreno (CRA, UNIBO/Prober, Centro Viticoltura Sostenibile, GRAB)‏
  • Confronto fra viticoltura Bio e Biodinamica, strumenti di valutazione
  • Concetto di flessibilità applicato a Cu e SO2
  • Migliorare livello professionale produttori
  • Alternative al Cu (es. Fosfiti); presenza di impurità da metalli pesanti in prodotti cuprici
  • S (di origine petrolifera e miniera): Felsinea e CVS hanno effettuato prove da cui non emergono differenze

Nello specifico della frutticoltura si segnalano:

  • Area tecnica
    • formazione di sperimentatori, extension e tecnici agricoli:  manca continuità nella formazione e nello scambio.
  • Area scientifica
    • mettersi in rete a livello internazionale per viticoltura e vino.
  • Azione di Lobby
    • vedi ad es. Cu e viticoltura‏
  • Progetti e Finanziamenti
    • trasparenza gestione bandi,
    • debolezza delle strutture dedicate al biologico
  • Prodotti fitosantari
    • ve ne sono diversi in discussione a livello europeo (Cu, fosfito, polisolfuro, sinergizzanti)‏ e su tutti urge una presa di posizione tecnica e condivisa a livello europeo.

APPROFONDIMENTO SUL RAME
Considerata l'urgenza della questione rame si è approfondita tale tematica e si sono elencati gli elementi per una lettera successivamente inviata al MIPAF ed al Ministero della Salute:  

Situazione attuale:

  1. le multinazionali del Rame stanno difendendo il prodotto, mancano dati sulla tossicologia che EFSA ha identificato proponendo alla commissione di consentire l'uso del rame limitatamente alle colture in serra e ai pomodori.
  2. sussiste la possibilità che il prodotto sia trasferito in annex  A (gli stati membri non hanno possibilità di manovra, mentre in annex B gli stessi possono gestire a livello nazionale la decisione)
  3. è necessario appoggiare il MIPAF, convincendo chi ci rappresenterà a Bruxelles a farlo iscrivere in parte B, quindi fare lobby tra stati membri sensibili e strategici (D) affinché sostengano il mantenimento dell'uso del Rame e si ragioni sulla limitazione che verrà proposta da D a 3kg/ha/anno (il limite si riesce a rispettare in D se si utilizzano il fosfito e/o le argille (Al), di cui però non si fa menzione).

PROPOSTE

  1. aspetti tossicologici: niente di nuovo da aggiungere a quanto già prodotto
  2. altri paesi hanno messo a punto altre strategie sebbene non risolutive (es.: DK patate, D usa come alternativa i fosfiti; NL utilizzano fertilizzante fogliare a base di Cu in frutticoltura non classificato come fitofarmaco). Bisogna tener presenti altre fonti di Rame che giungono al terreno e che, attualmente, non subiscono limitazioni (es. fertilizzanti): andrebbero regolamentati in modo più dettagliato dal momento che possono apportare importanti quantità di metalli pesanti che non sono funzionali a nulla.
  3. proporre il limite su media poliennale (5 anni) e non su singolo anno in modo da rendere l’uso più vicino alle esigenze reali dei produttori (variabilità climatica tra gli anni)‏
  4. i limiti possibili devono essere affrontati a livello di Stati Membri (art. 8 sulla flessibilità), in modo da considerare le diverse esigenze pedoclimatiche
  5. il rame è necessario dal punto di vista tecnico: al momento non esistono alternative praticabili e tecnicamente valide. Le attuali alternative o non funzionano in modo soddisfacente o non sono preferibili al rame (lo stesso programma EU non ha messo a disposizione alternative praticabili; ciò conferma che la comunità scientifica lavora per la riduzione/sostituzione del rame ma non ci sono al momento strade percorribili)‏
  6. aspetto relativo alla prevenzione delle resistenze (e al controllo indiretto di diversi patogeni, quali gli oomiceti in viticoltura  e frutticoltura: marciume nero, cancri rameali, batteriosi, fuoco batterico, black rot, prevenzione botrite, rogna e occhio di pavone, fumaggine dell'olivo)
  7. chiedere “l'uso essenziale” (solo per bio? In realtà è strategico per gestione resistenze anche al di fuori del bio)‏
  8. individuare tavoli istituzionali che possano essere di supporto (es. comitato Stato-Regioni)‏


Intenzione e obiettivo del biologico è ridurre progressivamente l'uso del rame (così come tutti i prodotti e le tecniche che hanno influenza negativa sull'ambiente), monitorando il suo utilizzo e mettendo in campo tutte le strategie per evitarne e/o limitarne l'uso (es.: sistema di monitoraggio, modelli previsionali, prevenzione agronomica, rispetto vocazionalità, ecc.)

Negli anni sono state, in effetti, messe in campo diverse attività tecniche e sperimentali che hanno permesso di ridurre progressivamente le dosi utilizzate nella pratica agricola e la normativa IFOAM e EU ha progressivamente indotto la riduzione delle quantità di rame.

 

Ai lavori del gruppo frutticoltura hanno partecipato 9 fra sperimentatori e tecnici provenienti da 6 regioni diverse, mentre a quelli del gruppo viticoltura hanno partecipato 21 persone, provenienti da 10 regioni, tra tecnici, sperimentatori, produttori e tecnici del controllo.

Poiché  molte delle tematiche sono comuni tra i due gruppi nella seconda parte della riunione si è deciso di unificare i gruppi.