Dal Brasile, cronache da un mondo che si interroga sulla sovranità alimentare

Un racconto in prima persona dal Congresso di Sociologia Rurale di Porto Alegre, Brasile a cui ho partecipato presentando la ricerca sulle scuole non formali di agroecologia in Italia. Condotto nel primo anno del progetto europeo Agroecology Partnership e del progetto nazionale riflAEssi. Il lavoro intreccia pedagogia emancipatoria, teorie della trasformazione e i racconti di chi lavora nei territori, con l’auspicio di costruire reti sempre più partecipative e collaborative.
di Ilaria Parente

Liliane, dirigente della cucina solidale del MTST (Movimento dos Trabalhadores Sem Teto) a Porto Alegre. Per saperne di più sulle attività del movimento nella città: mtst.org/tag/porto-alegre/

Diciannove  luglio, prime ore del mattino, Porto Alegre, Brasile. La pioggia batte incessante, è El Niño, dicono, ma quella pioggia porta con sé anche la memoria delle alluvioni che meno di quattro anni fa hanno devastato questa città e questo Stato. Nelle campagne del Rio Grande do Sul, tra i filari piantati dalle famiglie di origine italiana che qui hanno fondato una tradizione vitivinicola secolare, sfrecciano ancora le vecchie Fiat Uno, indistruttibili come solo le cose fatte per durare sanno essere. È in questo paesaggio bagnato e testardo che si è tenuto il Congresso Mondiale di Sociologia Rurale (IRSA), quest’anno congiuntamente al 64º Congresso SOBER, e per la prima volta nella sua storia, a presiederlo è stato eletto un rappresentante latinoamericano, il professor Sérgio Schneider dell’Università Federale del Rio Grande do Sul. Un segnale, forse, che il centro di gravità di certi dibattiti si sta spostando.

Perché parliamo ancora di fame, in un pianeta che produce cibo a sufficienza per tutti?

Il congresso si è aperto proprio da qui, dalla food poverty, e dal caso, insieme esemplare e ammonitore, del Brasile. Uscito dalla Mappa della Fame della FAO nel 2012 grazie a Bolsa Família, al sostegno all’agricoltura familiare e al rafforzamento delle mense scolastiche, il paese ha visto la fame tornare a crescere negli anni successivi, fino a toccare circa 33 milioni di persone nel 2023. Solo con Brasil Sem Fome, di nuovo Bolsa Família, di nuovo agricoltura familiare, questa volta sostenuti da oltre trenta politiche coordinate tra i ministeri, il Brasile è uscito una seconda volta dalla mappa un anno fa. La lezione è tanto semplice quanto scomoda. La fame non è un destino climatico o una fatalità del mercato. È il risultato, reversibile, sempre, di scelte politiche precise. E quando quelle scelte vengono meno, la fame torna.

Ma anche i numeri, quando li si guarda da vicino, raccontano meno di quanto sembri. L’indicatore sulla prevalenza della sottonutrizione, su cui si costruisce la Mappa della Fame, è un aggregato unico, calcolato a livello nazionale, e in un paese come il Brasile, segnato da profonde disparità di reddito interne e tra le regioni, questo tipo di media dice, in fondo, molto poco. Un dato nazionale che scende non racconta cosa succede nel Nordeste rispetto al Sud industrializzato, né distingue tra chi ha appena smesso di avere fame e chi non l’ha mai avuta. Uscire dalla mappa è una notizia; sapere chi ne è davvero uscito è una domanda più scomoda, e i numeri aggregati non sono fatti per dare una risposta.

Ed è proprio in questo scarto, tra il dato macro e la fame reale, quella che si vede in coda per un piatto caldo, che si è inserita la visita, per iniziativa personale e al di fuori del programma ufficiale della conferenza, al Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST) di Porto Alegre e alla sua cucina solidale. Un’iniziativa nata durante l’emergenza delle alluvioni, quando si arrivava a distribuire fino a 4.000 pasti al giorno, e che oggi – l’emergenza acuta passata, ma la povertà no – continua a garantirne circa 400, grazie a contratti diretti con gli agricoltori familiari della zona per le materie prime fresche e ad accordi con grandi aziende per i prodotti secchi, accanto a un bazar di vestiti sempre aperto alla comunità. Ma se l’indicatore non riesce a raccontarci la fame reale del Brasile, forse è proprio in posti come questo, una cucina che continua a funzionare quando l’attenzione mediatica si è già spostata altrove, che quella fame si vede davvero.

Chi ha diritto di parola sul cibo, e chi lo sta rivendicando

Ampio spazio, al congresso, è stato dato alle voci di chi la sovranità alimentare la vive, non solo la teorizza: comunità indigene Kaingang e Mbyá Guaraní, comunità klombola afrodiscendenti, portatrici di un approccio, ubuntu, che ribalta la logica proprietaria del cibo come merce. “Una persona è persona attraverso le altre persone”: tradotto in pratiche agricole, significa che produzione, distribuzione e consumo non sono mai fatti individuali o meramente di mercato, ma pratiche relazionali, dove il benessere di chi coltiva, di chi mangia, della terra e della comunità sono interdipendenti. Non si può parlare di produzione senza parlare, insieme, di salute, ambiente e dignità umana; un principio che suona quasi banale finché non lo si mette a confronto con un sistema alimentare globale che continua a trattare il cibo come qualsiasi altra merce da estrarre, accumulare, esportare.

Su un altro fronte, dal Sud Africa, la professoressa Ruth Hall ha messo in discussione l’illusione dei programmi di cash transfer, strumenti che prevengono la fame acuta, certo, ma che non bastano a garantire una nutrizione sana, e infatti la sottonutrizione, in Africa, continua a crescere. Rattoppare la povertà con un trasferimento monetario, senza toccare le strutture che la producono, significa lasciare intatto il problema mentre si cura solo il sintomo più visibile. Il suo intervento si inseriva in una sessione dedicata all’alleanza tra Sud globale, con Cina, Argentina, Brasile e Sud Africa tra i partner principali, su sicurezza e povertà alimentare,

Il lavoro, la terra, e chi ne paga il prezzo

Dalle donne siriane in Libano, strette tra l’emergenza dello sfollamento e forme locali di caporalato, all’analisi del racial capitalism proposta, frutto di un lungo lavoro etnografico nel settore saccarifero brasiliano, un filo ha attraversato più sessioni. L’illegalità che colpisce chi lavora la terra non è una condizione naturale, ma una condizione creata. Da un lato c’è la pressione economica del food regime, che per mantenere artificialmente bassi i prezzi al consumo comprime al minimo il costo del lavoro e scarica sull’ambiente pesanti impatti ecologici; dall’altro c’è l’azione dello Stato, che fabbrica attivamente l’irregolarità legando i permessi di soggiorno al datore di lavoro e imponendo requisiti burocratici di fatto inaccessibili. Tenendo chi lavora costantemente a un passo dall’espulsione, il sistema ottiene esattamente ciò di cui ha bisogno: una manodopera strutturalmente precaria, ricattabile e disponibile allo sfruttamento.

Le scuole di agroecologia italiane, in un contesto che parla un’altra lingua della terra

In questo scenario abbiamo portato il nostro lavoro sulle scuole non formali di agroecologia in Italia, condotto nell’ambito del progetto del MASAF e dell’EU Agroecology Partnership, ricevendo un’accoglienza calorosa, con un dibattito serrato attorno ai concetti di territorialità, deterritorializzazione, ri-territorializzazione. Ed è proprio nel confronto che sono emerse le differenze più interessanti. In America Latina queste esperienze nascono quasi sempre legate alla formazione nelle terre occupate, a comunità già radicate nella ruralità; in Italia, al contrario, la formazione non formale si apre spesso a chi la ruralità la sceglie da fuori, percorsi di neoruralità, di ritorno alla terra, che in Brasile restano invece un’eccezione più che una regola. Due modi diversi di rispondere alla stessa domanda: chi ha ancora accesso alla terra, e chi può permettersi di sceglierla?

Il pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà

A dare una cornice teorica a tutto il congresso è stato, più di ogni altro, l’intervento di Mustafa Koç, sociologo dell’Università di Toronto, nella sessione “Food and Nutrition Security in a Scenario of Conflicts and Uncertainties”. Koç ha letto la crisi alimentare globale come una crisi doppia, di egemonia, cioè la contestazione crescente, da parte dei movimenti per il cibo, dell’ordine economico che continua a governare i sistemi alimentari; e di legittimità, la sfiducia sempre più diffusa verso le istituzioni, nazionali e internazionali, che dovrebbero garantirne il buon funzionamento e che, sempre più spesso, non lo fanno. E ha richiamato Antonio Gramsci. In un tempo segnato da conflitti, incertezze e, lo ha detto esplicitamente, da genocidi in corso che rendono la sovranità alimentare un obiettivo sempre più lontano, serve tenere insieme il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà. Non uno dei due da solo, ma entrambi insieme, o non si va da nessuna parte.

Il professor Mustafa Koç interviene nella plenaria dedicata a crisi alimentari e diseguaglianze sociali al congresso SOBER/ALASRU. (Foto: Acervo SOBER)

Cosa ci portiamo a casa

Porto Alegre conferma quello che, in fondo, già sapevamo ma che vale la pena ripetere. La transizione agroecologica non è un problema tecnico da agronomi, né una questione di rese e input da ottimizzare. È una lotta sociale, culturale, politica, che riguarda chi ha accesso alla terra, chi decide le politiche pubbliche, chi viene ascoltato e chi no. Torniamo al nostro lavoro quotidiano con questi spunti addosso, con l’urgenza di rafforzare reti e alleanze per una formazione agroecologica che sia sempre più inclusiva, radicata nei territori, e, perché no, un po’ meno timida nel dire le cose come stanno.

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