Il nuovo bando MASAF per la ricerca in agricoltura biologica restringe la partecipazione a Università ed enti pubblici e assegna agli altri soggetti un ruolo marginale. FIRAB contesta un’impostazione che penalizza la collaborazione tra ricerca e mondo produttivo.
di Luca Colombo
Le ciance sono i discorsi vani, un parlare a vanvera che impedisce di passare ai fatti. Il nuovo bando MASAF per la ricerca bio 2026, annunciato ad aprile e pubblicato a fine di maggio, è un nuovo capitolo di una saga che nel 2021 avevamo già battezzato, con amarezza, “Bandi e Banditi“. A distanza di alcuni anni da allora, quest’ultimo bando non dimostra apprendimento istituzionale e replica errori: a fronte di disponibilità di bilancio teoricamente capienti, sono stati prospettati un importo complessivo di 3,2 milioni di euro, con periodicità irregolare e lasca, e un massimale di 300mila euro a progetto, piccolo per progetti di ampio respiro e ambizione; ma soprattutto, il bando propone una visione priva di quella sistematicità trasversale sul piano dei contenuti e di trans-disciplinarietà sul fronte delle conoscenze. Quella integrazione di conoscenze scientifiche ed esperienziali sempre più indispensabile per affrontare le sfide del clima, di partecipazione, di redditività e di burocrazia che il biologico affronta.
Il bando di questa edizione è infatti all’insegna dell’esclusione. Il Ministero ha deciso che il campo della ricerca bio sia territorio esclusivo di Enti pubblici e Università. Altri soggetti, quelli che possiedono la vocazione e la capacità operativa, come FIRAB, vengono relegati a un ruolo da comparse: sussidiari, limitati nei budget e utili come generatori di punteggio. Vale anche per gli aspetti che si vorrebbero inclusivi: l’obbligo di coinvolgere le aziende biologiche si trasforma in poco più che una cooptazione: un adempimento burocratico necessario più che un’opportunità di co-progettazione tra attori di ricerca e di pratica.
Siamo così stati testimoni di un paradosso stravagante: alla pubblicazione del pre-bando (buona prassi che allerta il sistema di ricerca e produttivo dell’imminente uscita del bando vero e proprio) abbiamo dialogato con la ricerca pubblica e con controparti attoriali per costruire proposte condivise o abbiamo sentito bussare alla nostra porta per concorrervi. Poi, una volta disponibile il bando e – a una più approfondita lettura dell’insieme degli allegati – ci siamo scontrati con un quadro inagibile e mortificante, vedendoci costretti ad archiviare tutto. Una decisione suffragata da una delle tante risposte alle frequently asked questions: con le FAQ del 12 giugno si chiariva che “Gli enti terzi coinvolti mediante convenzione o accordo di collaborazione (ai sensi dell’art. 8) non acquisiscono la qualifica di partner di progetto né di co-beneficiari del finanziamento”: ruoli ancillari, per l’appunto. E si sono susseguite tante FAQ, con relative risposte pubblicate dal 3 giugno al 16 luglio affidando – letteralmente – il bando a seppur utili ciance.
Resta, quindi, la domanda di fondo: perché restringere gli spazi di collaborazione o financo competizione scientifica in un ambito, la ricerca per l’agricoltura biologica, che si innerva di conoscenze attoriali e di percorsi fuori dal mainstream?
Ci interroghiamo inoltre se la rigidità di tali iniziative di finanziamento sia dettata da una melina politica volta a mantenere il settore in uno stato conservativo e inerziale o – più probabilmente – da un mero avvitamento burocratico che ingabbia il settore in procedure disabilitanti e disincentivanti. Non sappiamo quante proposte siano state alla fine presentate, ma a sei giorni dalla scadenza indicata veniva concessa proroga di tre settimane, “in considerazione del fatto che, alla data odierna, non risulta pervenuta alcuna domanda di partecipazione“.
Abbiamo particolare rammarico nel decidere di non concorrere al bando? Certo, la ricerca in tema di agricoltura biologica è elemento fondativo di FIRAB, incarnando quasi 20 anni di competenze e capacità. Ma non vogliamo accettare ruoli di mero complemento e non abbiamo rimorsi. Rinunciare a presentare proposte resta inoltre una decisione di sollievo alla luce di un’attesa di 15 mesi dalla rendicontazione di un progetto ministeriale di ricerca che deve ancora essere liquidato: anche sulle dinamiche amministrative è auspicabile una profonda innovazione di sistema.

