La 21esima edizione della Campagna Mangiasano, promossa da Verdi Ambiente e Società, FIRAB e Associazione Rurale Italiana, unendo la Giornata Mondiale della Biodiversità e la Giornata Mondiale dell’Alimentazione con iniziative sul territorio italiano, è quest’anno dedicata alla Terra e alla terra.
di Luca Colombo
Terra terra non è un modo di dire dimesso, né un’espressione da usare per ridurre qualcosa alla sua banalità. È piuttosto un richiamo netto, quasi una dichiarazione di appartenenza: la terra, accidenti. La terra vera, concreta, quella che si tocca con le mani e che resta attaccata alle scarpe. La stessa parola contiene il Pianeta e la zolla, il mondo intero e il piccolo campo dietro casa. Dentro quelle sillabe essenziali convivono il nutrimento e il limite, la vita e la responsabilità.
La terra ci sorregge da sempre. È il luogo dove poggiamo i piedi e dove affondano le radici. Su di essa costruiamo sentieri, comunità, memorie. Dalla terra traiamo il cibo e, con esso, la possibilità stessa di esistere. Guardare un terreno coltivato con cura significa osservare un dialogo silenzioso tra esseri umani e natura: i filari ordinati, i fossi che raccolgono l’acqua, gli alberi che proteggono il suolo dal vento, gli insetti che popolano i margini dei campi. Nulla è davvero separato.
Nella terra vive una biodiversità invisibile eppure decisiva. Sotto la superficie scura si muove un universo di microrganismi, funghi, lombrichi, radici sottili e semi dormienti. È una vita nascosta che rigenera fertilità, trattiene l’acqua, trasforma la materia e rende possibile ogni raccolto. Per questo la terra non può essere considerata una semplice piattaforma produttiva o una merce da sfruttare fino all’esaurimento. Un suolo fertile richiede tempo, equilibrio, rispetto. Distruggerlo richiede invece pochissimo.
Eppure è ciò che accade sempre più spesso. La terra è diventata oggetto di consumo, superficie da occupare, risorsa da spremere. Il cemento avanza sui campi fertili: strade, capannoni, parcheggi e centri commerciali divorano il suolo come se fosse inesauribile, moltiplicando asfalto e recinzioni. È un consumo irreversibile e neanche troppo silenzioso: un terreno agricolo cementificato smette di respirare, di assorbire acqua, di generare vita. Spesso anche di generare economia e lavoro.
Anche laddove la terra resta agricola, troppo spesso viene trattata come una macchina stanca da forzare oltre ogni limite. Monocolture estese, fertilizzanti chimici, pesticidi, irrigazioni eccessive impoveriscono il suolo e lo fragilizzano. La fertilità naturale viene sostituita da input esterni, magari esfiltrati da scenari bellici, mentre il terreno perde sostanza organica, biodiversità e capacità di rigenerarsi. Si produce biomassa, forse, ma si consuma il futuro. E quando la terra si impoverisce, si impoveriscono anche le comunità che la abitano.
Per questo l’agricoltura contadina, biologica, agroecologica rappresentano molto più di una tecnica produttiva. Sono un modo diverso di guardare alla terra e a chi la lavora. L’agricoltura contadina conosce il valore della misura: non forza i ritmi naturali ma li accompagna. Conserva o genera semi adattati ai territori, alterna le colture, protegge l’acqua, rispetta le stagioni. Nelle aziende biologiche il terreno non è un supporto inerte, ma un organismo vivente da custodire. In agroecologia il suolo e le competenze di chi lo cura e lavora rappresentano il binomio che rende le scelte produttive una promessa intergenerazionale.
Esiste infatti una relazione profonda tra il rispetto della terra e il rispetto delle persone. Dove la terra viene sfruttata senza limiti, anche il lavoro umano viene svilito. Campi ridotti a fabbriche all’aperto richiedono manodopera invisibile, sottopagata, precaria. Al contrario, un’agricoltura che riconosce il valore ecologico del suolo tende più facilmente a riconoscere anche la dignità di chi lo lavora.
La sottrazione della terra ai piccoli agricoltori è una delle grandi ferite del nostro tempo (e della storia). In molte aree rurali chi coltiva o alleva è costretto ad abbandonare i campi perché schiacciato dai costi, dalla competizione globale, dalla speculazione fondiaria. I terreni si concentrano nelle mani di pochi soggetti finanziari o industriali, mentre le comunità rurali si svuotano. Così si perde non soltanto produzione agricola, ma anche conoscenza, memoria e cura del territorio.
Per questo difendere il suolo agricolo significa difendere molto più di una superficie fisica. Significa proteggere la possibilità futura di nutrire le persone senza distruggere gli ecosistemi. Significa garantire aria, acqua, paesaggi e comunità vivibili. Significa anche riconoscere che il cibo non è una merce qualsiasi, ma il risultato di una relazione delicata tra natura e lavoro umano.
La 21esima edizione della Campagna Mangiasano, promossa da Verdi Ambiente e Società, FIRAB e Associazione Rurale Italiana, unendo la Giornata Mondiale della Biodiversità e la Giornata Mondiale dell’Alimentazione con iniziative sul territorio italiano, è quest’anno dedicata alla Terra e alla terra. Si batte proprio per questo: perché i suoli agricoli vengano preservati e destinati prioritariamente alla produzione di cibo sano e sostenibile. Vuol dire arrestare l’espansione incontrollata di centri urbani, logistici e industriali. Vuol dire impedire che la terra fertile venga sacrificata a interessi immediati e spesso effimeri.
La terra, in fondo, ci insegna il limite. Ci ricorda che ogni raccolto dipende da un equilibrio fragile fatto di acqua, sole, sostanza organica, insetti impollinatori, lavoro umano. Nulla nasce da solo. Nulla si rigenera all’infinito se viene continuamente sottratto.
Per questo dire ‘Terra terra’ può diventare un invito a tornare all’essenziale. A riconoscere che la prosperità non coincide con il consumo illimitato, ma con la capacità di custodire ciò che rende possibile la vita. Difendere la terra significa difendere noi stessi, le generazioni future e il diritto collettivo al cibo.
Il video della campagna Mangiasano di quest’anno:
